Per chi lo ha vissuto, quel giorno rappresenta una vera e propria linea di demarcazione, una vera e propria “frattura”, purtroppo non solo ideale, tra il “prima” e il “dopo”.

Il 23 novembre 1980, in 90 interminabili secondi, il terremoto sconvolse le viscere dell’Appennino meridionale, attraversò il confine tra Campania, Puglia e Basilicata. Violentò piazze, strade, case. Abbatté campanili, chiese, ospedali. Sterminò intere famiglie, scovandone i componenti a uno a uno nei posti diversi in cui quella sera si trovavano: a casa davanti alla tv per seguire i risultati delle partite domenicali, in chiesa per la messa vespertina, in auto sulla via del ritorno verso casa, al cinema, per strada a godersi gli ultimi scampoli di una domenica come tante. Una domenica insolitamente tiepida, per il mese di novembre, che mai più scorderemo.

L'alba del giorno dopo illuminò solo macerie, polvere e lamenti. Fu così nei luoghi interessati dalle scosse, ma fu così anche nel resto d'Italia che non restò indifferente davanti a quella immane tragedia.

Ad Eboli, dove il sisma causò la morte di un padre e della sua figlioletta- Raimondo Polino e la piccola Wanda di soli 13 anni, estratti dalle macerie dell'edificio crollato in via San Giovanni- l'alba per molti fu in piazza della Repubblica o nei pressi dello stadio Massajoli. Lì tanti di noi con le proprie famiglie, a bordo delle proprie auto, trascorremmo la notte, tra ansie e paure, facendoci forza l'uno l'altro.

Ricordo quell'alba con grande tenerezza e con tanta angoscia: l'angoscia di una generazione, la mia, che da quel ricordo doloroso non ha potuto e non potrà prescindere, tanto è forte e radicato negli animi il suo ricordo.

Oggi, a distanza di trentanove anni, il mio pensiero va a tutte le vittime. Ma va anche a chi è restato, a chi si è rialzato. A chi non ha ceduto al dolore, ricostruendo la propria casa e la propria vita. Non dimentico, non dimentichiamo: nessuno può farlo.